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21 ott 2015

 

L'avventura della baleniera Essex nel cuore dell'oceano

La tragedia della baleniera Essex e la genesi di Moby Dick 


Nel 1820 la nave baleniera Essex venne attaccata da un capodoglio e affondata. I venti uomini che sopravvissero vagarono per mesi nell'oceano sulle loro scialuppe con sospetti casi di cannibalismo, solo otto riuscirono a salvarsi. Uno dei sopravvissuti, Owen Chase, l'anno dopo raccontò la sua storia nel libro Il naufragio della baleniera Essex. La Essex fu la prima nave ad essere affondata da una balena facendo scalpore. Questo accaduto ispirò a Hermann Melville il famoso romanzo Moby Dick.

Il libro di Owen Chase



Owen Chase, il primo ufficiale, documentò questo avvenimento nel libro Il naufragio della baleniera Essex. Con una premessa - sullo stato della caccia alle balene che sostentava diverse comunità costiere e molti accumulavano fortune rapide e considerevoli - scrive: "Questo commercio, se così posso chiamarlo, ha avuto la sua ascesa tra i primi coloni, e si è progressivamente esteso divenendo importante e redditizio come adesso, senza alcuna interruzione materiale, e con una concorrenza assidua fino ad oggi ." Sottolineando poi che i mezzi limitati e senza una forza navale competente nel Pacifico a tutela di questo importante ramo redditizio del commercio, molti incidenti gravi si sarebbero risparmiati. 

Due viaggi erano considerati sufficienti per portare un giovane uomo attivo e intelligente al comando di una baleniera il resto era l'esperienza a formarlo. La città di Nantucket, nello stato del Massachusetts, aveva all'epoca circa ottomila abitanti. In questa terra un centinaio di navi erano impegnate nel commercio delle balene, dando lavoro costante e supporto economico a una classe di uomini nota per loro proverbiale intrepidezza. Un viaggio generalmente durava circa due anni e in mezzo non c'era certezza di successo. A volte  gli uomini venivano rimborsati con carichi redditizi, altre volte ritornavano svogliati e scoraggiati senza ricavarne le spese di un abito. Lo spirito di avventura veniva trasmesso ai figli di generazione fin dalla loro tenera età; affascinati dai racconti dei marinai anziani e sedotti dal desiderio naturale di vedere paesi stranieri, con speranze di guadagni, rimanendo lontani dalle loro famiglie per mesi. 

E' in questo clima che la Essex partì. Il capitano George Pollard aveva appena 28 anni quando prese in consegna la nave. Negli ultimi quattro anni era già stato per sette mesi a bordo della Essex come secondo ufficiale e poi come primo ufficiale e quindi conosceva bene l'imbarcazione. La nave che aveva rifornimenti per due anni di viaggio lasciò Nantucket nell'agosto del 1819 diretta verso il Pacifico, ma già dopo due giorni una forte burrasca la colpì causando la perdita di due scialuppe, i danni furono lievi e perciò continuarono a navigare. A gennaio approdarono su alcune isole vicino alle coste del Cile, meta di ritrovo di altre baleniere. Continuando poi la loro caccia verso le Galapagos e trovando tartarughe da portare a bordo: ne presero oltre 360 per adoperarle come viveri "Queste tartarughe sono un cibo delizioso e molte navi di solito si riforniscono per un lungo periodo risparmiando su altre provviste ".

"...mi ritrovai improvvisamente gettato in aria"

Owen annota nel suo libro che il 16 novembre, nel pomeriggio, avvistano delle balene e scesi in mare una di queste li speronò "mi trovai improvvisamente gettato in aria, i miei compagni sparsi su di me, e la barca si riempi velocemente d' acqua. Una balena ci era venuta direttamente sotto e con la coda, ci aveva sparso in tutte le direzioni." Ma ancora non era nulla. Spaventati ma interi rientrarono alla nave. Qualche giorno dopo il 20 avvistarono un altro branco di balene. Agganciatene alcune, cercarono di fermarle, quando improvvisamente un capodoglio di circa 25 metri che sembrava tranquillo si lancerà a tutta velocità contro la nave.

"La nave venne colpita violentemente, come se avesse sbattuto su una roccia tremando per alcuni secondi come una foglia. Ci guardammo l'un l'altro con stupore, privi quasi del potere della parola. Alcuni minuti passarono prima di rendersi conto del terribile incidente durante i quali l' animale passò sotto la nave, sfiorando la chiglia apparentemente stordita

Ma la balena aveva ancora energia e riprese il suo attacco; questa volta la Essex non riusci a resistere. Incominciarono a imbarcare acqua e i venti uomini dell'equipaggio si divisero su tre scialuppe rimanendo in balia dell' oceano.



Una volta che la balena si fu allontanata recuperarono i pochi viveri dalla nave, alcune attrezzature e ripresero a navigare. Le isole più vicine - le Marchesi - erano a circa a 2000 chilometri e per giunta popolate da selvaggi. Gli uomini della Essex avevano sentito dai racconti che i loro abitanti nativi avevano una reputazione di cannibalismo, in precedenza alcuni viaggiatori che erano sbarcati in quelle isole avevano riferito che i nativi trovavano la carne umana così deliziosa "che una volta mangiata era difficile astenersi da essa."

Quindi le Marchesi erano da scartare. Altre opzioni vennero vagliate fra cui le Isole della Società raggiungibili in trenta giorni ma anche qui i pareri fra gli uomini furono discordanti e dopo una lunga serie di calcoli optarono per il più sicuro Cile. Calcolando che avevano viveri per una durata di circa 60 giorni, tutto sembrava molto fattibile. 

Intanto con il passare dei giorni le scialuppe si rivelavano sempre più fragili e gli uomini cercavano di rattoppare alla meglio alcune fenditure, mentre mangiarono quello restava di una tartaruga "la fame aveva messo il suo tarlo famelico sui nostri stomaci e aspettammo con impazienza di succhiare il sangue caldo che scorreva dall'animale".

Oltre alle tartarughe alcuni pesci volanti vennero 'pescati' e mangiati crudi. Ma anche la sete non era da meno " ogni espediente per cercare di alleviare la febbre che infuriava in gola bevendo acqua salata fu invano, la sete aumentava sempre di più al punto che era un sollievo disperato bagnarsi con la propria urina". 

Avvistata Ducie’s Island, un piccolo isolotto corallino, si fermarono a fare provviste, ma dopo una settimana avevano finito tutto ciò che era commestibile sull'isola almeno per i 20 uomini. Decisero di comune accordo che tre di loro sarebbero rimasti sull'isola mentre gli altri dovevano raggiungere l'isola di Pasqua, con la promessa che sarebbero ritornati a riprenderli. Il 27 dicembre Owen e gli altri ripresero il viaggio ma per un errore di stima si allontanarono troppo dalla meta perciò ricambiarono rotta verso Más a Tierra vicino al Cile.

Gli uomini stremati e malati incominciavano a morire. Il 10 gennaio Matthew P. Joy il secondo ufficiale sofferente da alcuni giorni morì "alle sei del mattino, lo abbiamo ricucito nei suoi vestiti, legato una grossa pietra ai piedi, e dopo aver avvicinato tutte le barche lo abbiamo consegnato in modo solenne verso l'oceano."


Due giorni dopo una tempesta fece disperdere una delle barche e altri uomini scomparvero. "Pensavamo che la Divina Provvidenza ci avesse abbandonato alla fine, fu uno sforzo inutile cercare di prolungare un'esistenza ormai al limite."


"separammo le membra del suo corpo, tagliando la carne dalle ossa"
Il 9 febbraio Isaac Cole un altro membro dell'equipaggio muore, ma stavolta non viene gettato in mare. Riflettendo e spossati dalla fame compiono un gesto disperato. Nel racconto agghiacciante Owen scrive:
"Separammo le membra del suo corpo, tagliando la carne dalle ossa; dopo di che, lo abbiamo aperto, tolto il cuore, e poi richiuso il tutto, ricucendo come potevamo, e lasciato al mare il resto. Incominciammo prima dal cuore, che fu avidamente divorato, e poi con parsimonia qualche pezzo di carne; dopo di che del rimanente abbiamo tagliato delle strisce sottili sulla barca, e messe ad asciugare al sole; abbiamo fatto un fuoco e arrostito alcuni pezzi per servirli il giorno successivo. 

"In questo modo usammo il nostro compagno di sventura; il ricordo doloroso di ciò mi riporta alla mente, in questo momento, alcune delle idee più sgradevoli e ripugnanti che l'uomo è in grado di concepire ... La mattina dopo, il 10 febbraio, scoprimmo che la carne cruda era diventata marcia e di un colore verdastro, per cui abbiamo concluso che era necessario fare un fuoco e cuocere tutto in una sola volta per evitare che diventasse putrida, questo significava conservarsi per sei o sette giorni "
Dieci giorni dopo un brigantino indiano capitanato da William Crozier pose fine ai loro 90 giorni di sofferenza.  

Owen Chase ritornò a Nantucket il 11 giugno 1821 per scoprire che aveva una figlia di 14 mesi che non aveva mai visto. Quattro mesi dopo aver portato a termine il resoconto del disastro Hermann Melville usò questo drammatico racconto per il suo romanzo Moby Dick (1851). Melville scrisse nelle sue annotazioni su una copia del libro di Chase:
"Tutte le sofferenze di questi miserabili uomini della Essex potevano, con ogni probabilità, essere evitate se subito dopo il naufragio avessero guidato diritti per Tahiti, da cui non erano molto distanti al momento. Ma temevano i cannibali." 

La vecchiaia non fu gentile con Chase. Oltre a essersi risposato da vedovo, il ricordo delle sue sofferenze in mare aperto non lo abbandonò mai, e in tarda età iniziò a nascondere il cibo nella soffitta della sua casa a Orange Street. Nel 1868 Chase venne giudicato "pazzo". I mal di testa che lo avevano afflitto da quando era tornato erano diventati insopportabili. Stringendo la mano di un addetto, avrebbe singhiozzato: "Oh la mia testa, la mia testa." La morte mise fine alla sofferenza di Chase nel 1869.

Oggi probabilmente da un punto di vista ambientalista e dato l'acceso sterminio negli anni a seguire, insieme allo sfruttamento esagerato, patteggeremmo per le balene, visto che la caccia a questi mammiferi nostri simili è diventata proibita per salvaguardare le specie, ma all'epoca sostentava parecchi individui e società, perciò questo documento che ci ha lasciato Owen Chase è importante su un passato della storia e forse per comprendere meglio il contesto del classico di Melville.





Il cuore dell'oceano - Heart of the Sea



Nel 2000 lo scrittore Nathaniel Philbrick e anche ricercatore per la Nantucket Historical Association affascinato dai racconti familiari della storia di una balena che aveva attaccato una nave, si mise alla ricerca di documenti storici e letterari oltre al resoconto di Owen «dopo che avevo letto questi racconti sul disastro, ho voluto saperne di più. Mi sono chiesto perché la balena aveva agito in quel modo, come la fame e la disidratazione avevano influenzato il giudizio degli uomini; che cosa era veramente successo là fuori? Mi sono immerso nelle esperienze documentate di altre baleniere dell'epoca; ho letto di cannibalismo, sopravvivenza in mare, psicologia e fisiologia della fame, la navigazione, l'oceanografia, il comportamento dei capodogli, la costruzione di navi, qualsiasi cosa che poteva aiutarmi a capire meglio ciò che questi uomini avevano sperimentato sul vasto e spietato Oceano Pacifico» scrive nella prefazione al suo libro Heart of the SeaIl cuore dell'oceano e ne verrà fuori un racconto che oltre a quello di Owen Chase analizza più profondamente le cause, gli interessi economici, i comportamenti sia degli uomini che delle balene e il profondo ritratto umano di quegli uomini che sfidavano la morte tanto declamati dal capolavoro di Melville.

Da questo libro Ron Howard vi ha tratto il film drammatico In the Heart of the Sea con Chris Hemsworth nel ruolo di Owen Chase .


  • I libri da leggere


Il naufragio della baleniera Essex  - Owen Chase, ed. SE

Heart of the Sea. Il cuore dell'oceano  - Nathaniel Philbrick, ed. Elliot

Moby Dick  - Hermann Melville, trad. di Cesare Pavese, Adelphi






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2 commenti :

  1. Una storia affascinante. Anch'io mi faccio molte domande.. perché appunto la balena si era comportata in quel modo, quasi andando contro ai suoi stessi istinti, ma anche perché tre uomini decisero di rimanere su quell'isoletta microscopica, pur sapendo (non lo dici ma mi pare ovvio) di andare verso morte certa...

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    1. Una scelta difficile per quegli uomini che forse preferirono stare e morire sulla terraferma piuttosto che affrontare ancora l'oceano. Riguardo al capodoglio ci può essere stata una sorta di istinto di sopravvivenza o terrore per chi lo voleva morto. Nel 2007 un pescatore giapponese è annegato dopo che la sua imbarcazione è stata capovolta da un capodoglio spaventato che stava cercando di soccorrere.

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