17 giu 2015

 

Il Gattopardo, lo Strega e un Principe discreto

Nel luglio del 1959 il romanzo Il Gattopardo vinse il Premio Strega e fu anche merito di una novantina di donne che lo votarono appartenenti al sodalizio "Amici della domenica" diretto dalla fondatrice Maria Bellonci. I sostenitori di altri autori affermarono che il riconoscimento "postumo" venne dato in blocco dalle signore all'autore morto due anni prima. Alla prima votazione avvenuta in precedenza il romanzo aveva avuto un distacco di voti che non si era mai verificato su un autore non vivente e che già all'epoca era diventato un best seller giunto alla quarta edizione. In gara fra gli altri c'erano La casa della vita di Mario Praz e Una vita violenta di Pasolini.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa


L'autore infatti non riuscì a vedere la sua opera stampata deceduto nel luglio del 1957, ma nelle sue intenzioni  di raffinato intellettuale immaginò di scrivere un immenso romanzo ottocentesco con molti personaggi che venivano coinvolti in grandi eventi storici, una sorta di Guerra e Pace borbonico, con Garibaldi , il Regno di Sicilia e i cambiamenti fra l'aristocrazia, la borghesia e il popolo. 

Giuseppe Tomasi di Lampedusa nacque a Palermo il 23 dicembre del 1896 alle ore nove. Dopo cinque anni di attesa l'evento ripagava l'ansia particolare delle nobili casate che vedevano nel maschio il continuatore di un nome antico. Il nonno astronomo di Giuseppe teneva molto ai titoli e al rango perciò nel 1903 ottenne con decreto ministeriale il riconoscimento del blasone di famiglia l'antichissimo stemma dei Tomasi : il leopardo illeonito. 

Le condizioni economiche nel frattempo si aggravarono ma dinanzi agli occhi della società la loro condizione di vita doveva apparire brillante. La situazione economica però era conosciuta da tutti, appartenevano a una classe di nobili decaduti che s'infoltiva anno per anno. Il palazzo distrutto dai bombardamenti la mancanza di un figlio per continuare il casato, l'eredita del bisnonno astronomo bloccata per assenza di testamento e da spartire fra oltre trenta eredi, una lunga vicenda lacerata da litigi e costose amministrazioni giudiziarie durate quasi un secolo, "ultimo superstite di un casato destinato a scomparire per sempe". Queste e altre realtà familiari fecero da spunto per creare il suo capolavoro Il Gattopardo.

Avaro di parole aveva una vasta cultura, era un divoratore di libri che cominciò fin da piccolo a comprare. "Uno dei suoi piaceri era la ricerca di libri fuori commercio, ovunque si trovasse non perdeva l'occasione di visitare librerie antiquarie o bancarelle". Prediligeva le letterature straniere: francese e inglese. Negli anni '20 disse a Lucio Piccolo suo cugino di aver letto un autore che " per passare da una stanza all'altra impiega dieci pagine " si trattava dello sconosciuto Proust che nelle Lezioni definirà un genio. Riservato, meditativo – gli piaceva stare più con i suoi libri che con le persone – questo favorirà la sua vocazione letteraria. Parlava e leggeva correttamente francese e tedesco oltre al russo imparato dalla moglie. Intorno al 1953 tenne un ciclo di lezioni letterarie private ad alcuni giovani fra cui Gioacchino Lanza - che diverrà il figlio adottivo - e Francesco Orlando. Nel ricordo di Orlando le riunioni si tenevano in casa del principe d'estate sulla terrazza di fronte al mare, d'inverno invece nel grande salotto. " Era arrivato a un grado estremo che è difficile trovare altrove di cultura e finezza intellettuale " scrive Guido Piovene.

L'autore e il suo amato cane Crab

L'idea originaria del libro Il Gattopardo gli frullava da anni, redatto come racconto negli anni '30 intitolato La giornata di un siciliano. Ma il Principe saltando da una lettura all'altra forse per una certa pigrizia e autocritica abbandonò il progetto fino al luglio 1954.

In occasione di un convegno di poesia a San Pellegrino accompagnando il cugino poeta Lucio Piccolo incontrarono Giorgio Bassani e Eugenio Montale ma il principe silenzioso se ne stava in disparte. "Quando gli fui presentato si limitò a inchinarsi brevemente senza dire una parola" scrive Bassani. Lampedusa sospettò di aver fatto una figura da provinciale in quell'ambiente letterario e vide negli organizzatori, Montale e Cecchi, dei "marescialli di Francia".

Ma conversando con loro del poeta Martin Tuppert, famoso autore vittoriano poi dimenticato, citato nella sua Letteratura inglese, si accorge che essi pur essendo massimi esponenti letterari non lo conoscevano. Questo episodio gli dette una certa sicurezza sulle sua capacità letterarie e anche il successo letterario del cugino Lucio forse lo convinse a passare all'azione "con la rapidità dei pigri quando sono messi alle strette scrisse non il libro pensato, che avrebbe richiesto degli anni ma le parti più facili, quelle legate alla sua personalità " dice Piovene .

In una lettera all'amico Guido Lajolo nel 1953 scrive :
"(...) Benché io voglia molto bene a questi cugini (specie ai due ultimi) debbo confessare che mi sono sentito pungere sul vivo: avevo la certezza matematica di non essere più fesso di loro. Cosicché mi son seduto a tavolino ed ho scritto un romanzo: per meglio dire tre lunghe novelle collegate tra loro."


Verso la fine del 1954 inizierà il primo capitolo. Ma c'era una questione stilistica temporale da superare, in origine nel racconto dovevano essere 24 ore della vita del bisnonno il giorno dello sbarco di Garibaldi, e si affidò ad uno schema narrativo alla Joyce, ma confesserà a Giò (Lanza) che " non so fare l'Ulisse" sottovalutando il rapporto fra tempo narrato e tempo narrativo. Questo schema rimarrà solo nel primo capitolo, per gli altri capitoli adotterà una struttura più classica.

Del primo capitolo l'autore era fiero delle parti con il giardino cimiteriale, il ritrovamento del soldato morto, la descrizione della Palermo notturna. Sempre questo capitolo, però, portò delle reminiscenze di memorie d'infanzia che lo costrinsero a fermarsi e a riflettere. Le ricostruzioni mentali dei luoghi di Santa Margherita Belice provocarono in lui un evolversi inaspettato della storia, intuì che questa doveva essere la strada da percorrere sovrapponendo i ricordi e ritornando dopo anni in quei luoghi "il bisogno di narrare, facendo rivivere il passato, si era fatto insistente".


Rudolf von Alt. The library in the Palais Dumba 1877


In una lettera del 31 marzo 1956 a Guido Lajolo, suo amico, annunciava di aver scritto un romanzo :
Il protagonista è il Principe di Salina, tenue travestimento del Principe di Lampedusa mio bisnonno. E gli amici che lo hanno letto dicono che il Principe rassomiglia maledettamente a me stesso. Ne sono lusingato perché è un simpaticone. Tutto il libro è ironico, amaro e non privo di cattiveria. Bisogna leggerlo con grande attenzione perché ogni parola è pesata ed ogni episodio ha un senso nascosto. Tutti ne escono male : Il Principe e il suo intraprendente nipote, i borbonici e i liberali, e soprattutto la Sicilia del 1860. Vi sono molti ricordi personali miei e la descrizione di alcuni ambienti è assolutamente autentica. Pare che non sia scritto troppo male e ho potuto constatare che alcune frasi sono diventate proverbiali fra le tre o quattro persone che le hanno lette." 
Due mesi dopo aggiungerà : 
...non vi è nulla di esplicito e potrebbe sembrare che non succeda niente. Invece succedono molte cose, tutte tristi... Perché il protagonista  sono, in fondo, io stesso e il personaggio chiamato Tancredi è il mio figlio adottivo."  

Adesso occorreva che qualcuno lo pubblicasse. Il cugino Lucio aveva pubblicato delle poesie con Mondadori perciò a maggio inviarono una parte del manoscritto a Federico Federici che poco dopo rispose dicendo che il testo doveva passare al comitato di lettura e che ci sarebbe voluto del tempo. Nel frattempo che i mesi passavano Lampedusa continuava la redazione degli altri capitoli. A ottobre senza una risposta inviarono gli altri capitoli, ma anche questa volta ebbero una risposta simile alla precedente. A dicembre lo scritto viene restituito. Il manoscritto venne messo in un angolo con l'autore che non voleva saperne. Nella primavera del 1957 mandato all'Einaudi venne rifiutato nuovamente.


L'ultima dimora dell'autore a Palermo (© http://www.butera28.it)


Il principe gravemente malato ai polmoni cercava di dimenticare la sua condizione. Continuava a scrivere, ad ogni pagina che scriveva se ne andava una parte della sua salute. E nella morte del suo Principe aveva visto la propria. Nel luglio del 1957 Lampedusa si spense ignorato e sconfitto.


Pochi mesi dopo Elena Croce - figlia del filosofo - che aveva già avuto modo di avere il manoscritto sapendo che Feltrinelli aveva una nuova collana di narrativa curata da Giorgio Bassani gli fece avere lo scritto. Bassani ne rimase impressionato e cercò di contattare la vedova, nel manoscritto mancavano il quinto e il sesto capitolo. Bassani rilevò che in effetti mancava qualcosa nel finale. Si mise alla ricerca delle parti mancanti poiché ne erano state redatte altre stesure e alla fine trovò a casa di Gioacchino Lanza un quaderno con scritto il titolo e accanto : "completo". Ma c'erano ancora delle correzioni da fare.

Nel novembre del 1958 usciva una prima tiratura di tremila copie. Quindici giorni dopo Carlo Bo recensiva per primo il libro su La Stampa "un libro d'eccezione nel miglior senso della parola, tale da costituire non soltanto un caso, ma da autorizzare il senso di una rivelazione". 
Da un esistenza fallimentare era riuscito a creare un opera che verrà riconosciuta uno dei migliori classici del nostro tempo.


«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»




Il Gattopardo di G. Tomasi di Lampedusa, Feltrinelli 



Altre fonti 
Giuseppe Tomasi di Lampedusa di Andrea Vitello, Sellerio

La Stampa 28 novembre 1958/ febbraio-luglio 1959




Scopri altri libri da leggere


Nessun commento :

Posta un commento

  

 

L’estate raccontata da quattro scrittori

da Truman Capote a Hermann Hesse

 

Vai all’articolo